Insostituibile

Come restare umani
in un mondo di macchine

MOVE FORWARD
Samantha-Colombo
Mentre l’automazione avanza e gli strumenti per potenziare la produttività si moltiplicano, le persone vorrebbero trovare più umanità negli ambienti di lavoro. Ma come si fa a restare umani mentre tutto sembra chiederci di somigliare alle macchine? Coltivando le relazioni, valorizzando lo scambio e la collaborazione, rispettando le emozioni, i tempi e i ritmi di ognuno. In futuro, le organizzazioni davvero rilevanti saranno quelle in grado di intercettare questi bisogni e di rendere significativo il lavoro umano.

Una dovuta premessa

Ho iniziato a scrivere con l’idea di raccontare la mia professione, ridarle dignità in un mondo in cui l’AI promette di soppiantare creativi e scrittori (ma saprà
mantenere la promessa?), e nelle stesse agenzie manca talvolta la percezione del vero valore che un o una copywriter è in grado di apportare. Ho pensato, però, che essere rilevanti oggi significa qualcosa di più che saper distinguere un copy da un social media manager.
Ho cercato di riflettere su quale sia il vero valore aggiunto per un’azienda oggi e mi sono ricordata di un libro che avevo letto tempo fa: Come fare marketing restando belle persone, di Giuseppe Morici. Ho subito pensato a quelle due parole che mi avevano catturato, “belle persone”, e ho pensato a quanto fosse importante, nella mia vita e nel mio lavoro, circondarmi di “belle persone”, di umanità e momenti di sincera condivisione e apprezzamento.
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Che sia forse questa la chiave distintiva per un’azienda? Iniziare a capire che, come scrive Morici, “le aziende non sono soggetti economici con una responsabilità sociale, ma soggetti sociali con una responsabilità economica.” Come facciamo allora a comportarci da essere umani, in un mondo dove cerchiamo sempre più di assomigliare a delle macchine per essere più competitivi? Iniziamo a capire cosa ci rende umani e quali comportamenti possiamo adottare da subito.

Cosa ci rende umani

Non sono una filosofa o una saggista, per cui mi limiterò a raccontare cosa vuol dire, per me, essere “umani” nel mondo della comunicazione. Partiamo dal presupposto che qualunque tipo di comunicazione è una relazione, e ogni agenzia o azienda si fonda proprio sulle relazioni che le persone creano al suo interno. Al di là dei fogli excel, dei timesheet e dei margini di fatturato, ci sono sempre due o più persone che condividono informazioni ed emozioni. Anche se una certa idea di management ci vorrebbe più simili ai robot, le persone non funzionano con prompt o bottoni. Le persone amano, odiano, si preoccupano o gioiscono, ogni singolo secondo della loro vita.
Un mio vecchio docente di scrittura diceva sempre “scrivete ciò che conoscete, scrivete con il cuore, anche quando si tratta di scrivere per vendere dentifrici”. Aveva ragione. Ogni volta che scriviamo una mail, facciamo una call o un brainstorming, la nostra emotività in qualche modo emerge. Riuscire a controllare le proprie emozioni è sicuramente parte del processo di crescita professionale, ed è necessario per non lasciarsi sopraffare, ma azzerare l’influenza delle emozioni è un’utopia, anzi una distopia tossica.
Iniziamo a uscire dalla logica che ci vede tutti come ingranaggi di qualche grossa macchina. Siamo umani, le nostre emozioni ci rendono tali e influenzano il modo in cui facciamo le cose, il modo in cui ci interfacciamo con gli altri. Iniziamo a vederci oltre le etichette e i ruoli che occupiamo. Iniziamo a capire che l’emotività non è una debolezza, ma una forza che ci rende unici e insostituibili, perché se è vero che di copywriter è pieno il mondo, non è altrettanto vero che i copywriter sono tutti o tutte uguali: uno è introverso e cerebrale, un’altra è ottimista e spontanea, e così via. In fondo è proprio questa la bellezza di essere umani. Essere diversi e poter realizzare cose diverse proprio perché, al contrario di un’intelligenza artificiale, prendiamo ispirazione dal nostro vissuto personale, e non da una banca dati standard.

Ci vediamo per un caffé?

Iniziamo a vedere quali comportamenti possiamo adottare da subito, per migliorarci come persone e migliorare il nostro lavoro.
Quando è stata l’ultima volta che avete ringraziato un vostro fornitore per il lavoro svolto? Che vi siete visti per un aperitivo o per un pranzo fuori dall’ufficio. Insomma, l’ultima volta che, oltre all’interesse economico, avete avuto anche un interesse umano nel conoscere le persone che lavoravano con voi o per voi.
A volte, incontrarsi dal vivo e parlare vale più di centinaia di mail, perché ci permette di connetterci con l’umanità dell’altro; di non vederlo, solo, come un’entità astratta e priva di anima, ma un essere senziente, con delle emozioni. Le mail lasciano spazio a fraintendimenti e a volte, grazie alla sicurezza che abbiamo da dietro lo schermo, avanziamo richieste su richieste con modi freddi e bruschi che dal vivo probabilmente non avremmo mai. Parlarsi dal vivo aiuta moltissimo le aziende a mantenere dei buoni e duraturi rapporti con clienti e fornitori. Organizzate un pranzo, un aperitivo o un workshop ad hoc e incontratevi dal vivo. È il primo passo per uscire dalla dinamica “lavoro per” e entrare in quella del “lavoro con”. Lavorare insieme dà vita a progetti di cui si va entrambi fieri e che ci stimolano solo a fare ancora meglio. Lavorare per input monodirezionali, al contrario, è solo molto frustrante e rischia di sgretolare il rispetto e l’entusiasmo del team di lavoro.
Ci tengo ad aggiungere anche una cosa molto banale: ringraziatevi sempre per il lavoro svolto, per il tempo dedicato al progetto, per aver ritagliato un momento per sentirvi o per incontrarvi. Non date mai per scontata la disponibilità dell’altro. Un semplice grazie è un piccolo seme che può aiutarvi a coltivare ancora più stima nei vostri confronti.

Rispettare il tempo

Le macchine ci hanno abituato a una velocità che ci ha reso schiavi. Il tempo è diventato qualcosa da combattere per ottenere più profitto, non qualcosa da apprezzare per uscirne veramente arricchiti. Ci lamentiamo se l’ordine fatto online arriva un giorno più tardi del previsto. Non sopportiamo di dover aspettare un minuto per il caricamento di un film in streaming, vogliamo vederlo immediatamente. Vogliamo le connessioni più veloci, le macchine più veloci, il post pronto in due minuti e la campagna dell’anno in due giorni.
Fermi tutti. Abbiamo veramente bisogno di tutta questa velocità? Non metto in dubbio che sia “comoda”, ma pensate davvero che Picasso avrebbe dipinto Guernica in due giorni solo perché un committente aveva urgenza di vederla? E pensate che Midjourney o altre piattaforme possano fare in due secondi un lavoro per cui servono anni di esperienze e competenze?
Certo, non ho la pretesa di paragonare il lavoro di un creativo a quello di Picasso, ma allo stesso modo siamo chiamati a pensare, a ideare testi, strategie o visual d’impatto. Quando si parla di comunicazione, ripeto, si parla di una relazione tra persone. Per quanto i social abbiamo accelerato il processo, non possono cambiare il fatto che comunicare richieda un tempo di riflessione e di pensiero su cosa dire e come dirlo. L’AI ci aiuta a essere più efficienti e veloci è vero, ma manca di empatia. Se non riusciamo a metterci nei panni delle persone a cui parliamo, cosa potremo mai dire di interessante che non sia già stato detto?
La comunicazione si nutre della nostra umanità, delle nostre emozioni e aspirazioni, le idee hanno bisogno di tempo per sedimentarsi, trasformarsi e diventare progetti, non sono qualcosa che si può materializzare nel giro di mezza giornata. E qui sento già qualcuno appellarsi al caro vecchio mantra: “ah ma siamo pagati per farlo”. Vi svelo un segreto: i soldi possono comprare il mio tempo, ma non possono rallentarlo o accelerarlo. È come pretendere di pagare di più per far tramontare prima il sole, non si può. Questo ovviamente si scontra con la logica del profitto e della crescita immediata, e così succede che per far fronte all’“urgenza dell’ultimo minuto” si sacrifichi il tempo della propria vita privata, per dedicarlo alla vita lavorativa. Sempre più simili a delle macchine, ci si dimentica di essere umani. 
Un’azienda illuminata è un’azienda dove la cultura del tempo per sé viene incentivata e non soppressa. La moneta più pre- ziosa con la quale possiamo pagare noi stessi è proprio quella della lentezza, un rallentamento che ci consenta di assapora- re e di non ingurgitare ogni cosa.

Verso un cambio di approccio

Dobbiamo uscire dalla logica del profitto nel breve termine, per ragionare sulla soddisfazione del cliente e dei nostri collaboratori nel lungo termine. Chiediamoci se quello che stiamo facendo ha un impatto positivo sulla vita delle persone, non in termini di offerta economica, ma di offerta sociale. Il prodotto che vendo serve davvero, o lo sto tenendo in vita per far piacere a qualcuno seduto ai vertici? L’azienda dove lavoro è impegnata per migliorare la vita delle persone che lavorano in azienda, e non solo? Troviamo il tempo per riconoscerci come essere umani, che hanno delle emozioni e dei bisogni, e ripartiamo da lì. Mettiamo da parte l’ego e riconosciamo il valore di chi lavora con noi o per noi. Troviamo un significato in ciò che facciamo che vada al di là dei numeri. Non diamo mai nulla per scontato o per dovuto, ringraziando chi lavora con noi o per noi per il suo tempo.
Impariamo a migliorarci come professionisti e proviamo a essere
delle belle persone con cui lavorare, perché un ambiente di lavoro positivo, collaborativo e rispettoso della nostra umanità e del nostro tempo è un ambiente di lavoro che trattiene e attira talenti, e permette ad un’azienda di crescere e di essere competitiva sul mercato.
Inspire + Transform +Inspire + Transform +Inspire + Transform +
Let's work together
There’s no such thing as an impossible project.
Hit us up and let’s get to work.

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