INTERLUDE

Stand out. Già, stand out. È un brief maledettamente complicato. Nasconde sia le insidie del tema con argomento a piacere, sia il concreto rischio di oscillare tra il banale e il borioso, senza arrivare al dunque e senza valere il tempo del lettore che, lecitamente, si potrebbe porre la fatidica domanda: e quindi?

THINK AHEAD 
Lorenzo-Cagnato
E allora la mia mente torna a circa venticinque anni fa, qualche anno prima che nascesse I MILLE. Sono al Liceo Scientifico Statale Elio Vittorini, professoressa Pinzone. Mi voleva bene, era evidente, e il suo modo di dimostrarlo era darmi voti che oscillavano tra il 5 e il 6 nei temi: era il suo modo di dirmi “dai cazzo Cagnato, svegliati, puoi fare di meglio!”. Questo nel primo quadrimestre, mentre nel secondo i voti andavano a stabilizzarsi intorno al 6 e alla fine me la cavavo, senza infamia e senza lode, surfando l’onda del minimo sforzo massima resa. Mi voleva bene la prof, si vedeva.
Ricordo quella sensazione disarmante, il momento del tema in classe: per la versione di latino almeno, con una opportuna rete di relazioni e ingegnosi espedienti tecnologici (prettamente analogici, 25 anni fa non c’erano i cellulari e quando poi sono arrivati ci potevi giusto giocare a snake) in qualche modo riuscivi a cavartela. Con il tema, invece, no: io e il mio foglio protocollo a righe. Soli, uno di fronte all’altro. Partivo cercando di guadagnare quanto più spazio possibile tramite espedienti ai limiti della decenza, quale, ad esempio, l’utilizzo di margini laterali che definirli generosi è ingeneroso. E poi c’era la regola del non dividere mai una parola per andare a capo. L’ho sempre trovato antiestetico, ineducato e irrispettoso, per il lettore e per la parola stessa: perché avrebbe dovuto subire il supplizio della troncatura, solo per il fatto di essere nata un po’ lunghetta? Mai, mai spezzare una parola, nel dubbio si andava subito giù, alla riga successiva, a occupare ulteriore spazio. Tralascio dettagli sui parametri del variable font che utilizzavo per queste speciali occasioni, perché in questo caso, forse, si va oltre i limiti della decenza. Ma il problema, sempre parlando di decenza, era che almeno 3 o 4 mezze facciate andavano riempite. E allora valeva (quasi) tutto.
Forse non ho mai amato svolgere i temi e mi porto dietro questo piccolo trauma (ok, averlo condiviso mi fa già sentire meglio), anche perché mi era chiaro che la prof non è che esattamente si svegliasse la mattina chiedendosi: chissà cosa pensa il diciassettenne Cagnato sulla globalizzazione, lo sapeva benissimo e non avevo bisogno di indossare una kefiah per dimostrarlo. Quindi probabilmente partivo già con il piede sbagliato e avevo sempre la sensazione che sarebbe stato molto più sensato parlarne a voce, lontano da quella staticità limitante e monodirezionale del foglio protocollo: nessuna possibilità di interazione, di improvvisazione o di utilizzo della gestualità. Se non posso vedere il tuo linguaggio del corpo, come faccio a sapere che non ti sto annoiando e a modulare di conseguenza la conversazione? Magari, se ne parliamo a voce, partiamo disquisendo della globalizzazione e finiamo col commentare la riconferma di Héctor Cúper nonostante la perdita dello scudetto all’ultima giornata di campionato. Ma Moratti è sempre stato così, un po’ romantico, nel bene e nel male. Le combinazioni in tal caso sarebbero infinite e spesso imprevedibili. 
Invece scrivere, mettere tutto nero su bianco, è una questione dannatamente seria, motivo per il quale ho sempre pensato che per farlo si dovesse: uno, saperlo fare in maniera eccelsa; due, avere davvero un valido motivo. O forse no. O forse sì, e la chiave per prendere le cose sul serio è proprio quella di non prendersi troppo sul serio. Lo capii più avanti anche perché, non so voi, ma io ho sempre avuto la sensazione che chi si prende troppo sul serio abbia qualcosa da nascondere. Un po’ come si dice degli astemi, per intenderci.
Quindi, dicevamo, ho una (de)formazione scientifica (vedi sopra) ottenuta dopo essere uscito incolume (o quasi) dalle scuole primarie e secondarie di primo grado (esatto, fino alle medie), frequentate in una folkloristica periferia a sud di Milano, patria di combattivi rapper, che mi ha insegnato le regole base della sopravvivenza. E che le caramelle non si accettano nemmeno dagli amici. Il mio migliore amico del liceo si è poi iscritto ad informatica e così, un po’ a caso, l’ho seguito, forse guidato dalla connessione videogiochi → computer → informatica, e dopo qualche tempo mi sono trovato ad essere un programmatore. Tutto bellissimo, ma capii in fretta che non era esattamente il mio: al mondo ci sarebbero sempre state innumerevoli persone molto più brave e veloci di me nell’arte della programmazione. Ho sempre invidiato l’attitudine dei miei colleghi programmatori: il loro voler cogliere come sfida intellettuale ogni problema e conseguentemente cercare arzigogolate ed esoteriche soluzioni, mi portava a pensare che avessero un sacco di tempo libero. Mentre quello che più mi interessava era semplicemente risolvere il problema. Devo andare da A a B, soluzione A → B. Fine. No? 
Il mio standing out, invece, stava nel piacere di relazionarmi con le persone: ed è stato elettrizzante scoprire che relazionarsi con le persone in ambito lavorativo (facevo allora il Project Manager e rispetto a prima dovevo interagire frequentemente con degli esseri umani) non significava necessariamente ricevere la stessa quantità di insulti che ero stato abituato a ricevere nelle mie precedenti esperienze. Avevo alle spalle un paio di anni di lavoro come operatore telefonico in un call center e forse questo mi rendeva un po’ prevenuto, ma sicuramente forgiato nell’arte zen del saper incassare. Avevo trovato una strada?
E quindi, che lavoro faccio? L’ultima volta che ho risposto a questa domanda, che a Milano come da stereotipo capita sovente, tediato in principio dall’immagine di me stesso che si districa tra l’esplicazione di acronimi e la tanto sottile quanto profonda differenza tra la E di Executive e la O di Operating, ho detto: “Lavoro insieme a un sacco di creativi e dato che non so fare il loro lavoro, faccio quello che organizza le cose e le mette in fila per cercare di arrivare al dunque”. Per dovere di cronaca: la domanda era stata posta in maniera, diciamo, un po’ piccata, e la risposta che ho ricevuto è stata: “Lavori quindi in un asilo!”. Ma questa è un’altra storia.
E così, a un certo punto, mi sono trovato catapultato ne I MILLE, un’agenzia creativa (!), forse trasportato dalla deprivazione emotiva causata dall’ultima puntata di Mad Men, dopo aver fatto un passaggio di un paio di anni ad intensità 10x in una azienda-frullatore che è stata la mia Tana delle Tigri, alla quale devo molto. Un universo nuovo per me, dove non ho trovato né del whisky né Don ad attendermi. Nella pagina “chi siamo” del sito di I MILLE campeggiava la scritta: “Cercavamo un lavoro serio per continuare a divertirci”. L’ho fatto mio. A modo mio.
Roma, Settembre 2022. Anche ne I MILLE, come in tutte le migliori famiglie, capitano i momenti di crisi. Mi trovai un po’ per caso a camminare per le strade della Città Eterna. Non c’era una finestra aperta con uno stereo e non fu la musica a venirmi in aiuto, come succedeva ad Alex, ma fu al Chiostro del Bramante che trovai l’ispirazione. C’era una mostra sulla follia nell’arte contemporanea, e probabilmente ciò di cui avevo bisogno era proprio uno sguardo che percorresse strade diverse da quelle della rigida razionalità. 
Perché forse una delle chiavi per trovare il proprio standing out è da principio saper essere se stessi, sperimentare l’incanto delle proprie fragilità, saper vivere un crollo come chiave che può portare a una svolta, accettare i cambiamenti imposti dal tempo e dalle circostanze, vivere la diversità di visione come una ricchezza, avere il coraggio di uscire dall’ordinario ed esplorare nuovi orizzonti, stravolgere le proprie aspettative, saper entrare nel mondo visionario, disordinato e folle che nasconde ciascuno di noi, meravigliarsi degli opposti per trovare soluzioni originali e inaspettate, assecondare l’impulso creativo e dare voce e corpo al brusio incontrollato dei pensieri. 
Lasciarsi avvolgere dall’euforia per riscoprire la propria unicità. Fidarsi del proprio istinto e avere il coraggio di perseguire i propri obiettivi. Ma senza troppa ansia da prestazione, di quella ne respiriamo già abbastanza. Vivere il presente semplicemente lasciando che le cose accadano.
Inspire + Transform +Inspire + Transform +Inspire + Transform +
Let's work together
There’s no such thing as an impossible project.
Hit us up and let’s get to work.

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