Quello che le AI non dicono

Le intelligenze artificiali ci renderanno più umani?

THINK AHEAD 
Giorgio-Ciapponi
Per il momento i LLM basati sull’intelligenza artificiale sono molto efficienti nello svolgere task semplici, con un’attenta e ravvicinata supervisione umana. In futuro, però, la loro capacità di assisterci nei compiti di routine potrà stimolare la nostra ricerca, mostrandoci possibilità e punti di vista che non avevamo considerato. Sempre ricordando che, a differenza degli umani, le AI non hanno necessità né desideri, non hanno bisogno di niente e non vogliono niente. L’inventiva e la creatività che derivano dal bisogno di creare qualcosa che ci serve, e dal desiderio di creare qualcosa di cui ci importa, dobbiamo metterle noi.

Trova l’umano

In questi giorni abbiamo fatto un esperimento: abbiamo sottoposto ad alcuni colleghi e colleghe, di formazione diversa, tre articoli di semplice contenuto SEO sullo stesso argomento: solo uno era stato scritto da un giornalista umano. Circa il 40% di noi non ha individuato quale fosse, e chi ha indovinato correttamente ha ammesso di aver avuto considerevoli difficoltà. 
Possiamo concludere che le macchine hanno vinto? No. 
Il risultato è notevole, ma è stato ottenuto tramite una quantità di lavoro non indifferente. La stessa persona che avrebbe redatto i due differenti articoli generati da un LLM (Large Language Model) ha dovuto in ogni caso approfondire la tematica trattata, occuparsi di far generare il testo al tool scelto indicando la struttura richiesta in maniera puntuale, revisionarlo, richiedere affinamenti specifici per avere delle alternative, effettuare un ultimo editing correttivo e di formattazione, e soprattutto verificare che quanto affermato corrispondesse a verità.

Come lavoreremo: alcune ipotesi

Cosa significa questo per i nostri flussi di lavoro? Nell’immediato futuro probabilmente saremo solo in grado di efficientare marginalmente la redazione di contenuti brevi e di bassa qualità. Testi il cui scopo è quello di essere trovati per far atterrare l’utente sul nostro touchpoint, ma non quello di essere letti. Laddove una strategia di questo tipo è utile, potremo pubblicare molti più contenuti e ottenere alcuni vantaggi, forse anche migliorando il lavoro del copywriter che può diventare più critico e meno tedioso. 
Potrebbe essere, tuttavia, una strategia non duratura, poiché una volta diffusa è probabile determini una repentina modifica degli algoritmi di ranking dei motori di ricerca. Come visto più volte nella breve storia di internet, i motori di ricerca non tardano nel cambiare approccio quando vedono il proprio metro di giudizio facilmente compreso e aggirato. Ci troveremo allora a fare semplicemente un lavoro diverso, secondo il nuovo metodo che sarà più efficiente per guadagnare posizioni sui competitor.
Non sottovalutiamo inoltre l’adattabilità umana, che in maniera più o meno conscia potrebbe portare presto le persone a riconoscere e filtrare autonomamente i contenuti di questo tipo, escludendoli dalla propria attenzione. Come in parte facciamo già con molti contenuti online.
I contenuti di qualità più elevata sono, per ora, salvi, e non abbiamo immediata indicazione del fatto che gli LLM saranno presto in grado di produrne. Se non altro, le recenti evoluzioni contribuiscono alla corsa al ribasso già in atto, ad esempio in ambito giornalistico: il declino della stampa e il visibile deterioramento della qualità dei testi pubblicati potrebbero conoscere un affossamento completo, innescando un auspicabile cambio di direzione.

Chi somiglia a chi?

Nel 1930 l’economista John Maynard Keynes fece una previsione audace. I suoi nipoti, disse, grazie alla tecnologia non avrebbero lavorato più di quindici ore a settimana. A quasi cent’anni di distanza, che cosa resta di quella previsione? Ogni volta che un’innovazione tecnologica irrompe con forza nelle nostre vite, tendiamo a vedere le reazioni distribuite in due fazioni: gli entusiasti, che prospettano scenari in cui la tecnologia prenderà il posto degli esseri umani, liberandoli; gli scettici, che rifiutano qualsiasi idea di un futuro dove le macchine possano interagire con noi e svolgere il nostro lavoro.
Questa visione è spesso una distorsione generata dalle nostre bolle e dai canali preferenziali di comunicazione, che amplificano l’opinione di chi parla. Come in altri ambiti c’è in realtà una terza fazione, quella maggioritaria, di chi non si esprime perché indifferente, o saggiamente cauto. I primi non si preoccupano delle nuove tecnologie fino a che queste non sono alla loro portata nel quotidiano, e offrono qualcosa di realmente e immediatamente utile. I secondi osservano attentamente, ma non si lasciano trascinare da considerazioni emozionali perché più che la comunicazione ricercano il fatto indicatore di un reale cambiamento.
AI
Questi ultimi sanno che il punto non è decidere se l’intelligenza artificiale pensa e sente come noi. Il punto è se ci convince di saperlo fare. Anzi, più precisamente, il problema siamo noi e la nostra disponibilità a lasciarci convincere. Le domande che possono trovare risposta non riguardano la possibilità che ci somigli o che ci possa sostituire, per quanto questo tipo di domande suscitano in molti il desiderio di contribuire con la propria opinione.
Cercando di indovinare quello che potrebbe succedere più a lungo termine, e ribaltando i timori filosofici, la potenza dell’intelligenza artificiale può significare non macchine più simili agli umani, ma umani che somigliano meno alle macchine. È già da un po’ che noi umani cerchiamo di somigliare alle macchine. Facciamo di tutto per ingraziarci le intelligenze artificiali e i loro algoritmi. Assecondiamo i loro gusti. Parliamo come parlerebbero loro per convincerle di esserle rilevanti e rivelarci ai nostri simili con più facilità. Scriviamo perché possano leggerci e indicizzarci più facilmente, ma dimentichiamo chi farà veramente uso di ciò che abbiamo da condividere. Creiamo contenuti che possano essere di loro interesse, mentre non lo sono neppure per chi scrive. Compriamo quello che ci suggeriscono perché qualcuno le ha convinte che è migliore. Possono essere proprio loro ad allontanarci da questo meccanismo e a creare la giusta distanza grazie a nuove modalità di conversazione?

Necessità e desiderio

Come ogni tecnologia di valore, LLM e AI aprono nuove possibilità, nicchie e ambiti, lasciando spazio – sebbene in diversa misura – a ciò che era già esistente. Proprio come lo streaming video non ha sostituito la televisione, o l’agricoltura intensiva non ha reso impossibile coltivazione hobbistica o su piccola scala, le AI ci mostrano nuovi orizzonti e spostano alcuni confini. I dubbi esistenziali e le insicurezze umane non appartengono in nessun modo a loro, nonostante il nome evocativo che gli abbiamo dato. 
Se oggi esiste un’intelligenza artificiale capace di scrivere un articolo di bassa qualità in pochi secondi, significa che scrivere articoli di bassa qualità sarà d’ora in poi uno spreco di tempo. Se quella stessa intelligenza artificiale sa assecondare gli algoritmi meglio e più velocemente di quanto possa fare un essere umano, significa che avremo l’opportunità di dedicare il nostro tempo a qualcosa di diverso, che abbia più a che fare con quello che è davvero di interesse per altri umani, piuttosto che ad algoritmi intermediari.
In un futuro potenziato dall’intelligenza artificiale dovremo occuparci di tutto quanto l’intelligenza artificiale non può fare. Ribadire le ragioni della qualità contro quelle della quantità. Trovare forme di bellezza diverse da “quello che piace all’algoritmo”. Scrivere bene anziché scrivere per Google. Cercare forme di collaborazione contro la polarizzazione e le contrapposizioni tossiche alimentate dai social. Preferire il fact based al clickbait. È già possibile, naturalmente, e in futuro avremo più opportunità per farlo.
Sia gli umani che le intelligenze artificiali agiscono sulla base di ciò che conoscono, iterano e rinnovano, unendo alla rielaborazione contributi raccolti altrove.
Gli umani, tuttavia, hanno qualcosa di esclusivo, che le AI non conosceranno mai nel loro processo creativo: necessità e desiderio. Queste caratteristiche guidano tutte le nostre azioni e sono onnipresenti, mentre gli LLM vivono spesso nello spazio di una singola frase. Trovandosi al servizio di chiunque, in mille sfaccettature, non possiedono una personalità, e anche se la possedessero, sarebbe la stessa, conosciuta da tutti. 
Anche se un giorno le intelligenze artificiali dovessero essere in grado di produrre testi e contenuti di alta qualità e di rendere indistinguibile il loro prodotto da quello di un umano, non avranno mai la creatività e l’inventiva che derivano dall’intenzione di ottenere qualcosa di personale, qualcosa di cui si ha bisogno e desiderio. Potranno soltanto tirare a indovinare e mostrarci risultati attendendo un nostro giudizio su ciò che troviamo meritevole o meno. 
In futuro saremo chiamati a rispondere in modo sempre più creativo al perfezionarsi dell’intelligenza artificiale. Gli LLM possono aiutarci a scoprire nuovi scenari che non conoscevamo, o a vederli più facilmente da un nuovo punto di vista. E questo potrebbe aiutarci ad aprire spazi per l’inatteso, l’imprevedibile, il non ancora pensato. Ascolteremo le storie che ci propongono e proveremo ad andare un passo più in là, immaginando racconti nuovi.
Insomma, non è ancora arrivato il momento di arrendersi. Le macchine non hanno ancora vinto, anche perché non vogliono vincere, non conoscono questo desiderio né hanno questa necessità: tutto quello che saranno in grado di fare, ancora per un po’, dipenderà da come noi sceglieremo di interagire con loro.
C’è ancora molto da fare: il lavoro vecchio sarà più facile, ma il nuovo dovrà essere migliore.
Inspire + Transform +Inspire + Transform +Inspire + Transform +
Let's work together
There’s no such thing as an impossible project.
Hit us up and let’s get to work.

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