Una stanza da condividere

Abbattere il gender gap per creare organizzazioni rilevanti

MOVE FORWARD
Assunta-Stifano
Ci sono spazi che prima ancora di occupare si ha la necessità di riconoscere, individuare. Quello che da tempo accade alle donne è l’incapacità di riconoscere come possibile e proprio uno spazio, quindi un ruolo. Significa una minore libertà di azione. Questo perché il riconoscimento di un diritto è solo un primo passo, servono poi strumenti
che consentano di attuare e rendere effettivi quei diritti. Gli strumenti in parte ci sono, il mercato lo richiede. Cosa serve allora? Un cambio
di paradigma, una consapevolezza maggiore e l’impegno di tutti.
Stand out risuona in testa come una domanda ripetuta, simile a una goccia scomoda che scava sempre nello stesso punto. Siamo sempre più mitragliati da domande alle quali è difficile trovare risposte, ma confessarlo oggi pare quasi un delitto. Con mia sorpresa, stand out ha invece portato alla luce tante risposte, ma in un fenomeno strano di scatole cinesi che non aveva mai fine. Lo sforzo è stato fermarsi quel tanto che basta a trovare l’ultima scatola, perché quella scatola custodisce la propria voce, unica. E lo sforzo è tanto maggiore quanto più forte è l’abitudine al silenzio o, meglio, l’educazione al silenzio. In questo spazio di libertà ancora da scrivere, mi sono sentita persa. La cosa mi ha stupita, a tratti l’ho percepita come un tradimento, come se fossi stata tradita dalla me che faticava a mettere mano alla tastiera.
Invece era solo in corso un processo che non riconoscevo.
Mi è venuto poi in mente l’esatto momento in cui ho provato lo stesso brivido. Avevo 13 anni, 1000 lire in tasca, residuo di un faticoso crowdfunding familiare, e sono entrata in libreria. Un gesto quasi eversivo a quell’età e a quell’epoca. In una libreria di provincia ho comprato l’edizione tascabile di Una Stanza tutta per sé di Virginia Woolf. L’editoria da poco cominciava a diventare più accessibile e quelle 100 pagine a 1000 lire, hanno rappresentato la mia prima, vera emancipazione culturale dalla famiglia. Un’emancipazione fatta di caratteri piccolissimi, frasi fitte fitte e carta scura e ruvida: la libertà sa essere scomoda. E scomodo è stato anche quel libro che è ancora qui di fianco a me con le marcature della me teeneger.

Ora sottolinerei le stesse cose?

Mi sono chiesta. Ora che un secolo si è praticamente compiuto, il libro è del 1929, noi donne possiamo dire che abbiamo una stanza tutta per noi? Senza voler nemmeno fare troppo sarcasmo, per chi abita a Roma o Milano probabilmente la risposta sarebbe no. Ma non si tratta di una riflessione sul mercato immobiliare. Il punto è che la povertà, l’indigenza, la scarsità di risorse economiche incidono anche sulla scrittura e sulla libertà di ciascuno di noi. La libertà intellettuale, di fatto, dipende anche da fattori materiali.
Nel suo testo Virginia Woolf fa proprio questo: porta alla luce le restrizioni imposte nel corso dei secoli alla creatività femminile dalla società, dalle leggi e dalle convenzioni. Le donne sono sempre state povere, non solo nel lontano 1929 ma da sempre, dall’inizio dei tempi. E lo sono ancora, spesso, più povere degli uomini.
Quasi a metà libro la Woolf racconta la nascita delle prime vere scrittrici. Chi sono queste donne? Sono donne che con la scrittura potevano guadagnare quel tanto che consentiva loro di contribuire all’economia familiare: “il denaro conferisce dignità a ciò che invece è frivolo se non è pagato”. Così, verso la fine del Settecento, le donne della classe media cominciarono a scrivere. Il punto di svolta per quelle donne fu la possibilità di ricevere un compenso a fronte delle proprie opere. Bastò pagarle, incredibile.

Il Gender Pay Gap

Siamo arrivate tardi alla possibilità di ottenere l’indipendenza economica e la strada è ancora densa di ostacoli: quelli visibili fanno meno paura, ma non danno meno fastidio. Il Gender Pay Gap è lo svantaggio retributivo, o differenziale retributivo, cioè la differenza tra i compensi orari lordi di uomini e donne. Nella definizione più tecnica che ne dà l’Eurostat, è la differenza tra la media delle retribuzioni orarie lorde (che includono tutti i lavoratori, di ogni genere) e la percentuale relativa alla media della retribuzione oraria lorda dei lavoratori di sesso maschile.
A parità di mansioni, siamo pagate di meno.
Se le parole sono importanti, in tema di parità di genere i numeri non sono da meno. A livello globale il divario salariale è del 22,9 per cento; in altre parole, le donne guadagnano il 77,1 per cento in meno di quanto guadagnano gli uomini (Parità di Retribuzione. Una guida introduttiva. OIL, 2022). Solo l’11% delle donne che ha una relazione afferma di essere anche la principale fonte di guadagno nella coppia. Il 67% dichiara che a guadagnare di più è il partner (Women @ Work 2023: A Global Outlook - Deloitte). Circa un terzo (37%) delle intervistate afferma di sentire il bisogno di dare priorità alla carriera del partner perché guadagna di più. Il risultato è che gli uomini si fanno carico del lavoro retribuito e le donne portano avanti il lavoro di cura affievolendo la propria indipendenza economica con gravi ripercussioni anche sul proprio futuro pensionistico.
Su cosa dobbiamo agire per risolvere e colmare questo divario? Già nel 1972 l’economista Charlotte Phelps metteva in fila tre condizioni fondamentali per arrivare a ottenere l’uguaglianza economica tra uomini e donne ed è incredibile come un elenco così antico sia ancora estremamente attuale:
enel
1. Eliminare il gender gap nel mercato del lavoro
2. Eliminare le disparità salariali a parità di mansione
3. Bilanciare il lavoro non retribuito in modo più equo
Tre punti che nella loro trasparenza risultano talmente ovvi che la sorpresa è non averli ancora pienamente raggiunti.
Che strumenti abbiamo?
Una politica globale per l’uguaglianza di genere è la condizione di partenza per ottenere la parità di retribuzione. Il gender pay gap può essere colmato solo se si compiono progressi continui e sostenibili in materia di uguaglianza di genere sul lavoro e nella società in generale. Né si può parlare di uguaglianza di genere senza parità di retribuzione. Gli strumenti stanno pian piano arrivando, alcuni obbligatori, altri facoltativi: la loro efficacia, però, è direttamente proporzionale al cambio di prospettiva che dobbiamo adottare tutti.
Se infatti è giusto ripensare strumenti di tutela come il congedo di maternità e di paternità, quanto sarebbe più utile annullare la dicotomia e ricomprendere entrambi sotto un unico cappello parlando solo di congedo genitoriale, magari obbligatorio e non trasferibile, con equiparazione di giorni? Questo cambio di prospettiva non è fine a sé stesso, ci aiuta a pensare in un’altra modalità, ad abbattere gli stereotipi, a non considerare la donna come unica rappresentante di una funzione che può essere svolta da entrambi i genitori. 
Spostare il centro dalla maternità alla genitorialità potrebbe mettere meglio a fuoco entrambi i soggetti permettendo una più equa distribuzione dei compiti e, quindi, del lavoro non retribuito.

La parità di genere conviene a tutti

Sembra banale ma da un punto di vista economico non stiamo utilizzando e valorizzando in modo corretto e adeguato le risorse di cui disponiamo.

“Siamo di fronte a una perdita di efficienza del sistema economico. Non utilizzare adeguatamente le risorse disponibili vuol dire peccare in efficienza.”

Azzurra Rinaldi — Le signore non parlano di soldi

A sostenere con i numeri questa tesi è anche l’Unione Europea, che ha presentato uno studio sui gap di genere nel quale si afferma che ogni riduzione dell’1% nel gender pay gap comporterebbe un aumento del PIL dello 0,1%. Nel rapporto Women Business and the Law 2023 di Banca d’Italia emerge che le principali mancanze in tema di parità di genere in Italia riguardano la divisione del lavoro in casa o famiglia e l’accesso al mercato del lavoro e a posizioni di vertice, con conseguenti salari e pensioni inferiori a quelli maschili. In Italia solo il 3% delle aziende è guidato da un vertice donna. Eppure creare le condizioni per un maggiore accesso delle donne alle posizioni di leadership potrebbe portare una crescita del 35% dell’economia mondiale.
Non è più, quindi, solo un tema di diritti. La rilevanza di un’azienda oggi passa anche dal comprendere che la parità di genere è un tema fondamentale in ottica di crescita economica, competitività nazionale e giustizia sociale.

Mostrare le possibilità: un giorno tutto questo sarà anche tuo

Cosa ha rappresentato per me quel libro di Virginia Woolf oltre l’emancipazione culturale dalla famiglia? È stato uno squarcio nel buio, una crepa nella letteratura tutta al maschile conosciuta sui banchi di scuola. Più di tutto è stato vedermi rappresentata da una donna che scrive e, nel farlo, racconta di altre donne come lei e delle loro difficoltà economiche e di affermazione professionale. Questo perché non ritrovare le donne in certe posizioni apicali o in alcuni ruoli agisce a livello di rappresentazione delle possibilità che come individui ci troviamo davanti: abbiamo bisogno di ampliare questa rappresentazione.
La minore presenza di voci femminili ci priva di modelli di riferimento.
Ci priva della possibilità di riconoscerci in altre da noi, diminuisce lo spettro delle azioni possibili a cui nemmeno arriviamo a pensare. Quando non troviamo persone in cui poterci riconoscere, quando le nostre aspirazioni professionali non trovano il corrispettivo nella realtà è come se inconsciamente qualcuno ci dicesse
Quel posto non è per te.
Il Dream Gap è questo: uno strano meccanismo che restringe lo spettro di possibilità di carriera che le bambine immaginano per loro stesse. E si parla di bambine perché già a 6 anni smettiamo di sognare di poter raggiungere qualunque obiettivo. Lo prova a suon di dati una ricerca di Lin Bian, Sarah-Jane Leslie e Andrei Cimpian del 2017. Gli stereotipi di genere che riguardano le capacità intellettuali si impadroniscono di noi molto presto, influenzando i nostri interessi fin da piccoli e da piccole.
La conseguenza estrema a cui ci porta il Dream Gap è quella di ridurre aspettative, ambizioni e obiettivi spingendoci a farci da parte: le donne sono portate a dimettersi soprattutto per la mancanza di opportunità di sviluppo/apprendimento (13%) e di carriera (12%) all’interno della propria azienda (Women @Work 2023: A Global Outlook - Deloitte). L’elemento principale è il mancato riconoscimento del proprio valore anche e soprattutto rispetto ai colleghi maschi.

Ci hanno insegnato ad arretrare

Siamo portate a pensare che molti posti non siano per noi. Per ogni passo indietro che abbiamo fatto in passato, adesso dobbiamo farne 100 in avanti. Dobbiamo imparare a prenderci lo spazio. Perché? 
“Perché credo che se viviamo per un altro secolo e se ognuna di voi ha cinquecento sterline e una stanza tutta per sé; se abbiamo l’abitudine della libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; se usciamo un po’ dal salotto comune e vediamo gli esseri umani non sempre in relazione reciproca, ma in relazione con la realtà, e anche il cielo e gli alberi o qualunque cosa ci sia in loro, allora l’opportunità si presenterà.”
— Virginia Woolf 
Sono partita da quel libro per arrivare a questo. Un luogo fisico dove ho trovato l’opportunità di dire quello che penso: un esercizio di libertà per abitare tutti gli spazi, una voce che spero contenga tante voci.
Quasi un secolo dopo Virginia Woolf e dopo tanta educazione al silenzio.
Inspire + Transform +Inspire + Transform +Inspire + Transform +
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There’s no such thing as an impossible project.
Hit us up and let’s get to work.

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